domenica 3 febbraio 2013

La guerra delle Cristine: l'Argentina guida la rivolta dei popoli

di Gianni Fraschetti

Da qualche giorno circola una enorme eccitazione sull’Argentina e sul suo immediato destino economico. Andrà in default di nuovo? E’ vero che sta per saltare il sistema?   Ma perché in Italia se la prendono tanto per il debito  acceso da un lontano paese sudamericano.  Una nazione che non fa  nemmeno parte dell’euro  A questo bisogna aggiungere l’enorme diffusione in Italia, sia sulla stampa ufficiale di regime che sui siti on line, delle notizie sulle manifestazioni popolari contro il governo in carica, descrivendo l’Argentina come un paese che sta di nuovo sull’orlo del collasso  economico. Ricorderete il post nel quale raccontavo una storia definita  “la guerra tra le due Cristine”, annunciando lo scontro di fine novembre che avrebbe raggiunto la sua punta massima a metà dicembre, visto che il Fondo Monetario Internazionale aveva dato al paese sudamericano la scadenza del 17 dicembre come ultima data per mettersi in linea con i parametri richiesti dai creditori istituzionali. E negli ultimi giorni, all’improvviso, dovunque si è parlato dell’Argentina da cui il motivo di questo nuovo  post. Tutta questa agitazione  sui problemi economici dell’Argentina e' ’ il risultato di una bulimia ossessiva, fortemente voluta dai bocconiani, nell’ intento di imporre alla gente l’obbligo di parlare continuamente e costantemente di economia e di monete e di teorie, cercando di sottrarre il dibattito  al confronto tra due interpretazioni del mondo, del mercato, dell’economia e della società che sono opposte e antagoniste da oltre un secolo e che sono gia' costate due guerre mondiali. In Argentina è accaduto qualcosa  di molto grosso. E sta accadendo proprio in queste ore. Ma non riguarda il debito, i soldi, i  provvedimenti di ragioneria economica e di contabilità fiscale. Riguarda l’economia  e proviene dal mondo della politica nella sua forma più pura e migliore. E sta avendo un impatto poderoso non soltanto in tutto il Sudamerica, ma anche e soprattutto in Usa dove, non appena è arrivata la notizia, i repubblicani si sono subito scontrati con Obama e hanno interrotto la trattativa sulle manovre economiche rimandando il prossimo incontro di qualche giorno. Ma di tutto ciò, in Italia neppure una parola, neppure un rigo, neppure un accenno, che io sappia. Si tratta dell’approvazione di una Legge che  definisce “illegale e immorale” qualunque forma di speculazione finanziaria sui mercati internazionali basata sui derivati; abolisce la possibilità tecnica delle speculazioni finanziarie in borsa perché sottrae a tutte le banche, a tutte le istituzioni finanziarie operanti nel territorio nazionale, la propria autonomia sul mercato. Dal 30 novembre del 2012, il parlamento e il governo argentino si riappropriano della propria economia che individua “legalmente” nella finanza “il braccio operativo dell’economia di cui deve essere subalterna” e impone alla finanza di essere sottoposta al totale controllo dello stato centrale in ogni sua attività. Così titolava La Naciòn, il più importante quotidiano argentino nel dare la notizia che in Italia non mi pare sia stata né diffusa né diramata. LA CAMARA DE SENADORES CONVIRTIO EN LEY LA REFORMA DE LA REGULACION DEL MERCADO DE CAPITALES Estado con más poder para proteger el ahorro Da oggi lo Stato si fa garante presso i cittadini, di cautelare i risparmi personali ma si fa soprattutto garante del fatto che le imprese, le società, le industrie, le finanziarie internazionali operanti in Argentina intervengano in borsa e sui mercati dei capitali “con l’unico ed esclusivo intento di trarre profitto da un’attività che però deve avere immediatamente, come riflesso economico, l’apertura di crediti agevolati alle medie e piccole imprese, l’allargamento degli investimenti in industrie nazionali e l’assunzione di nuovo personale per andare all’attacco della disoccupazione giovanile che il governo considera la priorità assoluta in campo politico, economico, sociale”. Questo è avvenuto. Per la prima volta in questo nuovo millennio, dopo la sconfitta di Italia e Germania nella Seconda guerra mondiale,  una nazione occidentale si assume l'onere enorme e la responsabilità politica  di imbavagliare la finanza, di metterle le briglia sul collo e di fondare il principio, basato sull’applicazione dello Stato di Diritto, che identifica nello stato l’arbitro e il garante dell’economia. L'Argentina sfida, dopo settanta anni dalla caduta dei fascismi europei, i padroni del mondo e dichiara che il vero padrone della finanza, almeno da loro e presto in tutto il Sudamerica,  non è più il “mercato libero” (l’idea di Zingales, Giannino, Monti, Passera, Draghi, ecc.) bensì il governatore della Banca centrale  argentina insieme al ministro dell’economia, dell’industria e dello sviluppo. “O la finanza capisce che i soldi servono per sviluppare l’economia allargando il mercato del lavoro, gli investimenti, dando credito alle imprese a interesse minimo e abbattendo la disoccupazione, oppure possono anche andare a investire in Europa, in Italia e in Spagna, se è questo che vogliono. Là li accoglieranno a braccia aperte”. Così ha seccamente dichiarato la Presidente Cristina Fernandez-Kirchner, nel commentare la più grande vittoria politica ottenuta da un governo sudamericano nel combattere il neo-colonialismo dei colossi della finanza al servizio dell’oligarchia planetaria del privilegio. Chi vuole investire nella finanza speculativa lo fa attraverso “banche speciali” che dovranno esporre un avvertimento alla clientela, nel quale si specifica che non esiste nessuna garanzia internazionale su quell’investimento. Le banche correnti devono occuparsi di investire i soldi dei correntisti nell’economia reale, quella delle merci, e non quella della carta straccia; lo Stato garantisce ogni tipo di risparmio e ogni forma di investimento, purchè si riferisca all’economia reale. La borsa di Buenos Aires (e questa è un’altra bella notizia) ha reagito molto bene; anche quella brasiliana, che si appresta in brevissimo tempo a varare identica legge, grazie alla quale vengono aboliti i principi basilari dell’idea liberista che sta strozzando il pianeta, ovvero  l’egemonia della finanza sul mercato. Di tutto ciò, in Italia non si è parlato. Ma non basta, c’è dell’altro.  in Argentina si sono svolti convegni, manifestazioni e discussioni relativi a un’altra legge che e' andata in votazione e che riguarda il secondo pilastro della democrazia e della ripresa economica: la legge sul conflitto di interesse e una nuova legiferazione nel campo della libertà di stampa, dell’informazione e delle comunicazioni. Verranno prese misure specifiche per impedire che possano essere eletti in parlamento soggetti politici legati al mondo dell’informazione, e soprattutto viene impedito a società finanziarie, banche d’affari private e grossi colossi finanziari internazionali di poter aggirare l’ostacolo diventando editori. Chi si occupa di informazione lo fa costituendosi come “editore puro” attraverso il rischio di una impresa privata. Il tutto per impedire che la finanza, in maniera subdola (come avviene in Italia ad es.) usi il proprio gigantesco potere per esercitare pressioni sull’opinione pubblica al fine di salvaguardare interessi finanziari e non il diritto alla libertà dell’informazione. Anche su questo punto, nessuna notizia in merito. Sono entrambi due pericolosissimi precedenti. E’ la dimostrazione che esistono strade diverse percorribili, opposte a quelle volute dalla BCE e da questa europa della finanza. In un articolo apparso sul settimanale Pagina ½, la pubblicazione più radicale e colta diffusa in Argentin viene dato  un esempio di quel giornalismo che in Italia non esiste più.  Esso infatti dà la notizia sulla legge della divisione tra banche d’affari e banche speculative senza nessun commento, senza fornire nessuna opinione, raccontando in che cosa consiste la Legge, come funziona, come si è svolta la votazione, i nomi degli attori e delle fazioni in campo. Sono modalità completamente diverse da quelle seguite in Italia dove la disinformazione lobbista si e' ormai sostituita alla spiegazione dei fatti reali e oggettivi; e così i lettori, spaesati e confusi, finiscono per non essere mai messi al corrente su ciò che accade in verità, perché vengono spinti a seguire tesi  preconfezionate che finiscono tutte nello stesso modo: non c’è alternativa, non si può fare diversamente. Non è vero. Non è così. Non esiste nessun campo dell’attività umana in cui non esistano alternative. E’ una diabolica idea quella di presentare soluzioni come se fossero le uniche a disposizione. Per ritornare in Europa l’Italia è scivolata nel consueto imbuto popolato da pecore mediatiche al pascolo, seguendo le vicende di  MPS (la più antica banca italiana) e di Alessandro Profumo, già presidente di Unicredit e attualmente presidente di MPS. Mentre  Profumo era stato infatti  identificato come un evasore che non rispetta la Legge, Mario Monti, a nome del governo italiano, si era presentato da Mario Draghi chiedendo il consenso a “sforare” dai dispositivi sanciti dal Fiscal Compact per far avere –sempre allo stesso Profumo- un nuovo gettito di 3.9 miliardi di euro provenienti dalle casse dello stato italiano, dopo i 24 che ha già ricevuto negli ultimi cinque anni. Essendo il titolo della banca considerato in borsa “spazzatura”   neppure per Draghi era ammissibile  una cosa del genere. Rischiosissima. Infatti, i greci –giustamente dal loro punto di vista- hanno immediatamente protestato pretendendo una proroga del loro debito. E’ andata a finire come ben sappiamo. Nonostante tutto  MPS avrà i suoi soldi da investire in nuovi derivati speculativi a rischio sempre più alto, l’unica possibilità rimasta di poter mettere un buco alla voragine di una banca tecnicamente già fallita da un pezzo. Qui in Italia ci portano via i soldi per darli a banchieri evasori che gestiscono banche già fallite, mentre in Argentina c’è chi ha messo legalmente il bavaglio alle banche, le ha ammanettate e le ha sottoposte a una rigida, attenta regolamentazione sotto la custodia, tutela e attenzione della classe politica al governo in rappresentanza delle istituzioni collettive. Una bella differenza. La guerra, quindi, prosegue. Ed è sempre la stessa, quella tra oligarchi della finanza e i loro oppositori. Da noi, ci fanno credere che il problema sia se vince Berlusconi o se vince Bersani.  Se a questo punto c’è qualcuno che pensa possa essere così, allora vuol dire che ce li meritiamo tutti. Questa è la loro forza. C’è ancora qualcuno che dà loro credito. Non lamentiamoci, dunque, se le banche non lo danno a noi, il credito. Perché mai dovrebbero? 

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